Kateri Tekakwitha

Onorato
17 aprile
Grado
Stato
Santo
Nascita
1656
Morte
17 aprile 1680
Onorato come

Conosciuto anche come

Catherine Tekakwitha · Lily of the Mohawks · Catherine Lily of the Mohawks · Caterina Tekakwitha · Santa Caterina Tekakwitha · Catherine des Iroquois · Catalina Tekakwitha · Kateri Tekakwitha

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Il suo più grande desiderio era conoscere Dio e fare ciò che a Lui piace

VITA E VIRTU'

Santa Kateri Tekakwitha , vergine indiana della tribù degli Agniers o Mohawks, degli Indiani Irochesi, passò la prima parte della sua vita nel territorio che si trova adesso nello stato di New York, Stati Uniti d’America, ed il resto nel Canada dove morì dopo una vita di eroica virtù.

Nacque nel 1656 da un indiano irochese pagano e da una algon­quina piissima cristiana, ambedue della tribù degli Indiani Agniers, dimoranti a Ossernenon (Auriesville) nello stato di New York.

Gli indiani della tribù della Santa erano i medesimi che nell’anno 1642 avevano torturato e nel 1646 messo a morte S. Isacco Jogues.

La madre aveva ricevuto una buona educazione cristiana fra i coloni francesi dei Tre Fiumi nel Canada, dove, durante una guerra tra gli Algonquini e gli Agniers, fu catturata da questi ultimi e presa in moglie da uno di essi. Ella preservò la sua fede fino alla morte e desiderava il battesimo per i suoi figli; ma, prima di poter procurar loro la grazia santificante, non essendovi missionari tra gli Agniers, morì in un’epidemia di vaiolo col marito e col figlio, lasciando la bambina orfana in età di quattro anni.

Anche questa soffrì del medesimo morbo dei suoi genitori, ma guarì e fu curata dalle sue zie e dallo zio, uno dei capi della tribù degli Agniers o Mohawks, la quale cambiò insediamento tre volte durante l’infanzia e l’adolescenza di lei e finalmente si accampò nella località ove attualmente è il paese di Fonda.

Dall’infanzia la Kateri ebbe un carattere dolce. Era gentile e docile, industriosa e portata alla virtù e al buon umore. Accudiva alle faccende di casa e mostrava molta abilità nei lavori manuali delle giovanette indiane.

In principio, dato lo sfiguramento del viso e la sofferenza agli occhi causati dal vaiolo, cercò la reclusione nella propria capanna che poco a poco imparò ad amare perché le offriva il mezzo di evitare le riunioni oziose e i chiacchiericci delle coetanee, come pure le feste della tribù che sotto più di un aspetto avrebbero potuto offendere il suo innato pudore.

Quando i suoi parenti cercarono con sotterfugi e con minacce di forzarla al matrimonio, ella rifiutò e resistette. Soffrì con pazienza il cattivo trattamento a cui fu sottoposta dai suoi familiari a causa della sua opposizione e finalmente li vinse con la sua docilità e dolcezza.

La Santa, che all’età di dieci anni aveva avuto qualche fugge­vole contatto con i missionari cattolici, desiderava il battesimo. Appena il missionario del suo villaggio, Padre Giacomo de Lamber­ville, l’ebbe vista, fu edificato dalla sua vita e dalla ottima testimo­nianza anche di coloro che detestavano la sua virtù. Perciò la preparò al battesimo, che le conferì solennemente nel giorno di Pasqua 1676, col nome di Kateri.

Soprattutto dopo il battesimo la giovane pellerossa divenne un modello di pietà, carità, umiltà, dolcezza e delle altre virtù cristiane. Per la sua fede ebbe a soffrire il maltrattamento dei congiunti, i quali attribuivano alla pigrizia la sua osservanza del riposo domenicale; ma ella sopportò con dolcezza scherzi, invettive, minacce e false accuse di coloro, per i quali le sue virtù risultavano essere un rimprovero.

Al fine di preservare la giovane neofita dalla corruzione degli indiani e di facilitarle il progresso nella virtù, P. Giacomo de Lamberville la inviò nella fervente colonia di indiani cristiani, conosciuta come Missione di S. Francesco Saverio, alla Prairie de la Madeleine, di fronte alla città di Montréal nel Canada.

La giovane riuscì a sfuggire alla furia dello zio e poté compiere incolume il lungo e pericoloso viaggio alla Missione. I Missionari di San Francesco Saverio considerarono l’arrivo della Santa come di un’inviata da Dio per edificare tutti con la sua angelica vita.

Nella nuova sede ebbe la fortuna di vivere sotto la protezione di una pia donna, la quale l’aiutò a coltivare la sua vita cristiana. Dal suo arrivo alla Missione fino alla sua morte ella cercò sempre il più perfetto ed il più gradito a Dio e si sforzò di fare tutto per Lui, senza egoismo e con la massima riconoscenza.

Salvo un solo inverno, quando Kateri andò con gli altri del villaggio alla caccia per trovare nutrimento, ella passò tutto il suo tempo lavorando nella propria capanna, pregando e prendendo parte alle pie conversazioni in un oratorio della Croce presso il villaggio e nella chiesa. La sua pietà era così sicura che il suo direttore le permise di comunicarsi il primo Natale dopo il suo arrivo al Sault (1677), favore addirittura eccezionale poiché normalmente si usava provare a lungo i neofiti indiani prima di ammetterli al sacramento dell’eucarestia.

Anche durante la stagione della caccia indiana la Kateri continuava i suoi esercizi di pietà.

In questo periodo, falsamente accusata da un’altra donna di aver peccato col marito di lei, sopportò una tale accusa con tanta pazienza che anche i suoi accusatori e coloro che in principio la cre­devano colpevole si pentirono della loro colpa e riconobbero di averla calunniata. La sua virtù venne riconosciuta da tutti ed ella fu ricevuta, benché giovanissima, nella Associazione della Sacra Fami­glia alla quale erano ammessi solo i più ferventi e i più anziani tra gli Indiani.

Per quanto riguarda la verginità, Kateri non volle cedere alle insistenze della sorella adottiva e di una certa Anastasia, che le aveva fatto da madre, le quali si sforzarono di farle abbracciare lo stato matrimoniale. Col consenso del direttore (Padre Cholenec S.J.), e, benché consigliata dal medesimo di considerare per tre giorni la questione del matrimonio, dichiarò dopo pochi minuti di aver rinunziato a questo al fine di avere Gesù Cristo per suo unico sposo.

Nel prendere questa decisione sapeva di rischiare di vivere nella miseria, poiché una ragazza indiana dipendeva dal marito per la casa e per il suo sostentamento; ma ella era contenta di vivere povera per amore della verginità e di Nostro Signore.

Il direttore spirituale, conoscendola a fondo, era tanto convinto della sua purezza, del suo amore per la verginità e della sua costanza che il 25 marzo 1679 le permise, dopo averle dato la santa Comunio­ne, di impegnarsi con voto di verginità perpetua, il primo atto di tal genere conosciuto tra gli Indiani del Nord America.

Dopo essersi in questo modo donata al Signore, la Santa rifiutò l’occasione di andare con le compagne alla caccia durante l’inverno seguente, per restare vicina alla chiesa e ricevere i sacramenti, benché il direttore spirituale ritenesse necessario imporre un freno alla sua aspirazione a condurre una vita sempre più austera e mortificata.

Nella sua ultima e dolorosissima malattia, diede una prova sublime della eroicità delle sue virtù ed in specie della sua fede, speranza, carità, umiltà, dolcezza, pazienza, rassegnazione e gioia nelle sofferenze.

Era tenuta in tal concetto di santità che i Missionari credettero opportuno di portarle il santo Viatico nella sua capanna invece di trasportarla, come si usava, alla chiesa per la sua ultima comunione. Kateri con grande pietà ricevette gli ultimi sacramenti.

Le parole che chiusero la sua vita furono «Gesù, ti amo». Ebbe conoscenza e lucidità mentale fino alla morte, mostrando di capire le pie aspirazioni che le erano suggerite. Si addormentò dolcemente nel Signore alle tre pomeridiane del 17 aprile 1680, mercoledì della Settimana Santa, all’età di appena 24 anni.

"ITER" DELLA CAUSA

La fama di santità di Kateri Tekakwitha era già una realtà al momento della sua morte ed in seguito si diffuse rapidamente non solo fra i membri delle tribù indiane del Nord America, ma anche fra i cristiani sia del Canada che degli Stati Uniti, come pure di quelli dell’Europa dove venne propagata la conoscenza di questa giovane vergine indiana. Essa si mantenne viva attraverso i secoli e, con l’andare del tempo, si accrebbe ovunque.

a) In vista della beatificazione

Negli anni 1931-1932 fu istruito il Processo Ordinario Infor­mativo sulla fama di santità, sulle virtù in genere e sui miracoli della Serva di Dio, come pure il Processo sul “non culto”.

La Sessione dei Consultori storici ebbe luogo nel mese di giugno del 1938.

Il 15 maggio del 1939 venne firmato il Decreto sulla Introduzione della Causa.

Il 19 luglio 1939 venne emesso il Decreto di dispensa dal Pro­cesso Apostolico sulla fama di santità.

La Posizione sulle virtù venne redatta nel 1940 ed il 26 novembre 1940 ebbe luogo la Congregazione Antepreparatoria, a cui fecero seguito la Congregazione Preparatoria il 10 novembre 1941 e la Congregazione Generale sulle virtù il 9 giugno 1942,

Il Decreto sulle virtù fu emesso il 3 gennaio 1943.

Negli anni 1942 e 1945 si svolsero due Processi su presunti miracoli, rispettivamente nelle Diocesi di Hamilton (Canada) , e Marquette (USA) . In seguito furono compiuti tutti i passi necessari fino al Decreto di validità ed ai Giudizi Medico-Legali: dopo di che non vi furono altri atti.

Il 25 maggio 1973 il Postulatore consegnò al Prefetto della Congregazione, una Relazione nella quale avanzava la proposta di procedere alla beatificazione di Kateri Tekakwitha sul fonda­mento degli antichi miracoli.

Il 23 agosto 1973, Papa Paolo VI diede disposizione che la questione venisse sottoposta al giudizio dei Cardinali e, ottenuto parere favorevole, il 19 dicembre 1977 manifestò l’intenzione di procedere alla beatificazione con la dispensa dai due miracoli, sul fondamento di una solida e provata esistenza della “fama miracu­lorum”, trattandosi di una figura rilevante delle origini della Chiesa dell’America del Nord.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, il 15 marzo 1980, concesse quindi la dispensa della prova specifica dei miracoli e, dimostrata l’ampia e documentata “fama dei miracoli”, celebrò il rito di beatificazione in San Pietro il 22 giugno 1980.

b) In vista della canonizzazione

Nella primavera del 2007 vennero trasmessi al Postulatore della Causa alcuni documenti riguardanti un caso straordinario di guarigione del bambino Jacob Finkbonner da “fascite necrotizzante facciale” verifìcatosi a Seattle (USA) ed attribuita alla intercessione della Beata Kateri Tekakwitha.

Fu presa la decisione di chiedere all’Arcivescovo di Seattle di svolgere una Inchiesta Diocesana sul presunto miracolo.

Nel frattempo l’Arcivescovo, di sua iniziativa, aveva lodevol­mente provveduto ad ottenere tutti i documenti medici riferentisi al caso, aveva preso contatto con 4 Medici specialisti, membri della “Craniofacial Surgical Team” del “Children’s Hospital” di Seattle ed aveva chiesto loro di fornirgli tutte le dovute informazioni sul caso. Dal settembre 2007 al maggio 2008 si istruì l’Inchiesta Diocesana sul presunto miracolo nella Curia di Seattle.

Ad essa fece seguito una Inchiesta Suppletiva che si svolse dal 28 agosto 2008 al 26 giugno 2009.

La Congregazione delle Cause dei Santi riconobbe la loro validità giuridica con decreto del 12 febbraio 2010.

La Consulta Medica, riunitasi il 15 settembre 2011, si pro­nunciò all’unanimità sulla “scientificamente inspiegabile” guarigione del bambino Jacob Finkbonner.

Il Congresso dei Teologi, riunitosi il giorno 8 novembre 2011, ha riconosciuto che l’inspiegabile guarigione è da attribuirsi ad un intervento divino tramite l’intercessione della Beata Kateri Tekakwitha come conseguenza dell’invocazione da parte dei fedeli.

I Cardinali e Vescovi, nella Sessione Ordinaria del 13 dicembre 2011, hanno giudicato il caso in oggetto come un vero miracolo, attribuito all’intercessione della Beata.

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha autorizzato la Congre­gazione delle Cause dei Santi a promulgare il relativo decretum super miraculo.

Fonte: Cause dei Santi Anche elencato Wikidata GCatholic

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